Inserito da: markinho | marzo 20, 2009

Rincorrere i sogni

Questo è una breve storia che ho conosciuto grazie a Vecchioni…

Iamir Yossef viveva al Cairo e tutte le notti faceva lo stesso sogno.
Sognava un uomo, tutto bagnato, che si toglieva una moneta di bocca e gli diceva:

“Iamir la tua fortuna è a Teram. Tu devi partire e andare a Teram”

Una settimana un mese un anno sempre lo stesso sogno, finalmente Iamir prese il fagottino e partì e arrivò a Teram
sull’imbrunire quando nello stesso tempo nella piazza arrivavano i briganti.
I briganti rapinarono tutti. Lasciarono tre quattro morti in giro e scapparono.
Quando giunse la polizia c’era solo Iamir, come un fesso, in mezzo alla piazza.
La polizia lo arrestò lo prese a legnate per tre giorni gli fece perdere diciotto chili e dopo una settimana arrivò il capitano per interrogarlo.
Iamir gli raccontò:

“É colpa del sogno”

Il capitano lo guardò ridendo e disse:

“Iamir ma tu non devi credere ai sogni, i sogni sono delle falsità delle bugie. Pensa che io è un anno che sogno un giardino con una meridiana e dietro la meridiana un pozzo e dietro un pozzo un cespuglio e dietro un cespuglio un immenso tesoro. Se avessi creduto a quel sogno sarei partito a cercarlo e invece no. È una gran puttanata non devi pensarci, ti vedo molto male. Adesso ti faccio curare e poi torni a casa”

E infatti dopo una settimana Iamir un po’ ritemprato tornò a casa.
Andò subito nel suo giardino… e passò la meridiana passò il pozzo passò il cespuglio e trovò il TESORO.

Inserito da: markinho | febbraio 17, 2009

Il bambino che amava le stelle

Stasera mi è capitato per mano un vecchio libro di Gianni Rodari: “Grammatica della fantasia“. Ho letto alcuni capitoli e mi ha fatto venire subito una voglia incredibile di scrivere una favoletta…

Questa è la storia di un bambino che amava tanto le stelle.
Ogni sera prima di andare a dormire si affacciava alla finestra della sua cameretta e guardava il cielo. Ammirava quelle piccole luci e si chiedeva come potesserò essere da vicino. Si era fatto regalare per Natale un libro di astrologia e aveva imparato il nome di ognuna stella. La sua preferita era la Stella Polare la più grande e luminosa di tutte!
Ne era talmente affascinato che decise in gran segreto di costruirsi un piccolo razzo spaziale per andare a visitarla.
Dopo alcuni mesi di lavoro tutto era pronto. Il piccolo decise che sarebbe partito senza dire niente ai genitori perchè aveva paura che non gli dessero il permesso. Una sera, dopo che mamma e papà gli diedero la buonanotte, chiuse gli occhi e fece finta di addormentarsi. Aspettò fino a quando il silenzio non avvolse completamente la casa poi, zitto zitto, si alzò, si rivestì, aprì la finestra, accese il razzo e volò via verso la Stella Polare.
Il viaggio fu più lungo di quello che si aspettava e nello spazio ebbe anche un po’ di freddo ma quando finalmente arrivò a destinazione era talmente felice che dimenticò tutta la fatica. La su amata stella era davvero splendida: grande come una città e tutta ricoperta di panna montata!
Il bambino iniziò a correre felice e ad ingozzarsi. Correva e mangiava. Mangiava e correva. Così fece per un giorno intero fino a quando non iniziò ad essere stanco. A quel punto si sedette per riposarsi e disse: “Bene ora torno a casa”. E qui nacquè il problema. Seduto sulla Stella Polare a guardare il cielo si rese conto che non vedeva più la terra e tantomeno la sua casa. Insomma si era perso!
Nello stesso momento, a tanti kilometri di distanza, i suoi genitori lo cercavano da ogni parte disperati. Il bambino era andato via senza dire niente a nessuno e loro non avevano la minima di idea di dove potesse trovarsi. Lo cercarono dapprima per tutta la casa poi per tutto il paese ma niente da fare.
Passarono i giorni e poi le settimane. I genitori, sempre più preoccupati, non smettevano di chiedere in giro se qualcuno avesso visto loro figlio. Intanto il bambino, tutto solo sulla sua stella, piangeva e li chiamava in continuazione. Ogni lacrima che versava faceva sciogliere un poco di panna montata tanto che la stella iniziò piano piano a brillare sempre meno.
Questo strano fenomeno incuriosì molto una bambina che, come il nostro sbadato amico, ogni sera guardava il cielo. “Cosa succede alla Stella Polare?” si chiese una sera “Forse con il binocolo del nonno riesco a capirlo”. Così la piccola recuperò il binocolo e potè vedere il bambino che se ne stava tutto solo e disperato chiedendosi quale fosse la via di casa. La bimba decise subito che doveva aiutarlo! Andò a prendere una potente torcia elettrica e con quella iniziò a lanciare segnali luminosi.
Quando il bambino vide la luce intermittente capì che proveniva dalla terra e, recuperato il suo razzo ora un po’ malconcio, si fece guidare fino a dove abitava la piccola. Da lì ritrovare la via di casa fu facile… quanta gioia (e quante sgridate) appena riabbracciò i genitori!

Da quel giorno la bimba ed il bimbo sono diventati amici inseparabili. Vanno spesso in giro assieme per i cieli, però hanno imparato a dire sempre ai genitori la meta delle loro scorribande avventurose. Nei tanti viaggi che hanno fatto è capitato una volta che rimanessero senza benzina su una piccola stella di alfa centauri. Beh, sappiate che in quella occasione il papà del bambino li ha raggiunti con una tanica di scorta e sono potuti tornare a casa tutti assieme in tempo per la cena!

Inserito da: markinho | febbraio 5, 2009

Violata

L’aria è fredda e umida. Il cielo di un grigio innaturale. Talmente solido ed uniforme da togliere quel poco di colore che tinge il piccolo cimitero del piccolo paese di provincia.
In piedi, di fronte ad un’anonima pietra di marmo, sta la ragazza. Si stringe nel lungo cappotto invernale. Uno di quei cappotti che sanno di polvere e di vita e che se potessero parlare racconterebbero di inverni molto più bui e più duri. Come quello di oltre mezzo secolo prima…

La neve le schiafeggia il viso, le gambe trascinano gli scarponi troppo grandi e troppo pesanti che lasciano lunghi solchi alle spalle da cui il fango sgorga come sangue da una ferita. Ad ogni passo la fatica aumenta, come aumenta la pendenza del sentiero, come autementa il peso degli scarponi.
Le sembra di non farcela. Le sembra che non potrà mai arrivare a quel rifugio che ancora non si vede.
Chiude gli occhi, ingoia il dolore, si stringe ancora più forte nel cappotto che le ha regalato Piero nel Natale del ‘39. L’ultimo prima dell’entrata in guerra dell’Italia. Quella guerra che da quando è iniziata ha strappato e bruciato le pagine di diario ancora non scritte di tante persone. Pagine in cui si sarebbe parlato di gioia, amore e vita. Certo anche di fatica, dolore e morte. Ma mai così tanto dolore. Mai così tanta morte.
Riapre gli occhi, scopre di essere giunta al bivio. La neve quasi ha cancellato il sentiero ma la vecchia quercia, almeno lei, indica chiaramente quale strada seguire.

Foto di giorgiokk

Foto di giorgiokk

Capisce che l’unico modo per farcela è abbandonare i pensieri alle cose che dovrà fare quando tutto sarà finito. Saranno necessari tanto lavoro e tanto sudore per ricostruire, di fuori e di dentro. Ma lei ha già molte idee. Vuole proporre a suo padre di piantare una vigna nel castagneto, poi convincere la sorellina a frequentare la scuola, poi recuperare il tempo perso con Piero. Quando inizia a pensare a lui il passo accelera e il fluttuare della sua fantasia sembra sospingerla pian piano alle spalle.

La vedetta scorge la sagoma della donna quando ormai mancano poche centinaia di metri al nascondiglio dei partigiani.
Con un flebile fischio richiama l’attenzione di Lupo e Granata e fa loro cenno di andarle incontro.
La raggiungono che è stremata. Il freddo le è entrato talmente in profondità che fatica persino a compiere frasi di senso compiuto. Ma la sua missione non l’ha dimenticata e, ancora prima di implorare il tepore di un fuoco, infila la mano nella tasca del cappotto ed estrae il telegramma che deve consegnare.

La guerra che combatte oggi la nostra ragazza è un’altra. Meno atroce, meno dolorosa potrebbe dire qualcuno guardandola con gli occhi del mondo. Ugualmente terribile e molto più intima potrebbe dire chi l’ha vissuta sulla propria pelle.
Una guerra in cui, anche quando arrivano gli americani, non si ha nessuna voglia di gioire. Ma solo di sputare con rabbia. E maledire. E piangere.

I tremiti regolari che scuotono la giovane donna non sono di freddo. O meglio, non di quel freddo per cui il cappotto è stato fatto. Eppure, lì, di fronte alla tomba di chi per prima l’ha indossato, il vecchio indumento sembra prendere vita ed abbracciare la ragazza fino a scaldarle l’anima almeno un poco.
Quel poco sufficiente a non arrendersi.

Inserito da: markinho | febbraio 3, 2009

Il raffreddore

“Il raffreddore, sai,” disse Urara con voce calma, abbassando lievemente le palpebre, “adesso è nella fase peggiore. Stai così male che preferiresti morire. Però forse a questo punto non può peggiorare. Ogni persona ha limiti che non possono essere oltepassati. È vero, in futuro il raffreddore ti potrebbe tornare, in una forma forte e altrettanto grave, ma se tieni duro forse non accadrà più per tutta la vita. È così che funziona. Puoi considerare inaccettabile la possibilità che torni oppure, se torna, dire a te stessa: ‘Beh ci risiamo di nuovo?’ e tutto diventa molto più facile.”

Banana Yoshimoto in Kitchen

Inserito da: markinho | gennaio 31, 2009

Stasera… voglio una pelle splendida

Stasera è questo che voglio…

stringimi madre
ho molto peccato
ma la vita è un suicidio
l’amore un rogo
e voglio un pensiero superficiale
che renda la pelle splendida

senza un finale che faccia male
coi cuori sporchi
e le mani lavate
a salvarmi
vieni a salvarmi
salvami
bacia il colpevole
se dice la verità
ma si
ma si
ma si
ma si

passo le notti
nero e cristallo
a sceglier le carte
che giocherei
a maledire certe domande
che forse era meglio
non farsi mai

e voglio un pensiero superficiale
che renda la pelle splendida
a salvarmi
vieni a salvarmi
salvami
bacia il colpevole
se dice la verità
mercy
mercy
mercy
mercy

voglio un pensiero superficiale
che renda la pelle splendida
a salvarmi
vieni a salvarmi
salvami
bacia il colpevole
se dice la verità
mercy
mercy
mercy
mercy

Inserito da: markinho | gennaio 27, 2009

New look

C’era bisogno di qualcosa di meno cupo…

Almeno qui.

Inserito da: markinho | gennaio 20, 2009

Un mercoledì di settembre

Questa breve storia inizia un mercoledì mattina di settembre.

Il vento spira dal mare con un’insolita energia. Compiendo allegre giravolte supera il porto, indugia un attimo di fronte ad un vecchio bar poi, dopo aver rubato un po’ di aroma di caffè, riparte veloce verso la sua prossima preda: una pescheria di piazza Cavour a cui sottrarre un po’ dell’inconfondibile odore di pesce fresco. Non domo continua il suo viaggio incanalandosi per uno dei caruggi fino ad arrivare ad accarezzare le narici di una minuta ragazza che risale lentamentente la leggera salita.

È qui che noi lasciamo proseguire il vento per la sua strada e iniziamo invece a seguire la fanciulla.

Ciò che attrae l’attenzione sono la sua espressione completamente assorta e la sua andatura leggermente claudicante.
La prima è dovuta ai suoi pensieri: sta ripassando mentalmente la partitura sulla quale dovrà cantare. Ha ripreso da poco le lezioni di canto e ne è talmente felice da dedicargli tutte le sue energie.
La seconda è dovuta alla ginocchiera che porta nella gamba sinistra. Anche se i medici hanno detto che potrebbe toglierla e oramai gli è più di impaccio che altro, lei ancora non lo ha fatto perchè non si sente abbastanza sicura. Teme possa cedergli il ginocchio e, un po’ sorda ai pareri altrui, preferisce non rischiare.

La ragazza imbocca una via sulla sinistra e si dirige verso piazza De Ferrari, è talmente concentrata sulla musica che le danza nella testa da non accorgersi del piccolo pettirosso che, dopo averle svolazzato attorno per un attimo, le si appoggia sulla spalla.
Solo al cinguettare dell’uccello la giovane se ne avvede.
A quel punto il suo viso si illumina di stupore e tenerezza:
<<Ciaooo piccolo>>
esclama con quella sua voce dolce come il suono di un flauto.
<<Ciao cara>>
risponde il pettirosso.

Già! Non sto scherzando. Magari penserete che mi stia sbagliando o che la mia sia solo una prosopopea per rendere più interessante la storia.
No credetemi! Quel pettiroso parla! E non ha finito:

<<Forse tu non mi riconosci ma io so bene chi sei e quello che hai passato. Sono venuto a trovarti diverse volte in questi lunghi mesi. Ti spiavo dalla finestra sai. Ho seguito le tue vicissitudini, la determinazione della tua lotta, l’incubo dei tuoi momenti di sconforto e le gioie delle tue conquiste.>>
La ragazza lo guarda ammutolita.
<<Immagino tu abbia capito che non sono un semplice pettirosso. Diciamo che ho assunto questa forma solo per comodità. Dopo tutto quello che hai passato ci tenevo a conoscerti di persona e lo faccio proprio oggi per un motivo ben preciso. Quando svolterai quell’angolo lì a 50 metri avrai, chiamiamola così, la tua occasione di riscatto. Mi raccomando: dimentica il passato e apri il tuo cuore. Questa volta sarà per sempre.>>
La fanciulla vorrebbe ribattere qualcosa, chiedere spiegazioni, ma l’uccello apre le ali e spicca il volo lasciandole solo un’ultima frase:
<<E getta quella ginocchiera una volta per tutte!>>

La ragazza è paralizzata. I pensieri nella sua testa sono talmente tumultuosi che non sa che fare.
Passano almeno due minuti.
Poi, lentamente, si appoggia al muro, si toglie la scarpa sinistra, alza leggermente la lunga gonna bianca, armeggia un po’ con la stupida ginocchiera e finalmente la sfila e la lascia cadere a terra.
E assieme alla ginocchiera cadono tutte le paure e i dolori che si porta dentro. Le paure e i dolori che ha accumulato negli anni della sua ancora giovane vita.

Si guarda attorno e il suo sguardo si ferma sull’angolo indicato dal pettirosso. Capisce che il destino è lì che la aspetta e mentre il cuore inizia ad accelerare il battito il suo sorriso solare si allarga.

La nostra storia finisce qua… con la ragazza che se ne va via leggera che pare volare.

Inserito da: markinho | dicembre 18, 2008

Nessuna parentesi

no
non è stata una parentesi
perchè una parentesi contiene parole che non lasciano il segno
e tu il segno l’hai lasciato
nuovi luoghi, canzoni, amicizie
emozioni ed esperienze mai vissute prima
talmente belle ed intense che hanno tolto importanza a tutto ciò che è sempre stata la mia vita

no
non è stata una parentesi
perchè una parentesi quando la apri sai già che dovrai chiuderla
e invece io ci ho sperato, non sai quanto
e ho anche lottato sai
soprattutto con me stesso
ma anche con la situazione
così difficile e diversa da tutto ciò che è sempre stata la mia vita

no
non è stata una parentesi
perchè una parentesi quando la chiudi è chiusa e non ci pensi più
e io invece penso a te ogni giorno
con un turbine di sentimenti
una rabbia atroce e profonda per ciò che sfugge l’umano controllo
un’intima amarezza per non essere riuscito ad amarti come meritavi
una grande ammirazione per la tua forza
una grande paura per la tua fragilità
e poi affetto, tanto affetto

no
non è stata una parentesi
è stato fare un pezzo di strada assieme
un sentiero che rimarrà indelebile
nella mia anima

continui a dirmi che sto sbagliando
forse è vero, forse no
so solo che continuo a sentirmi come un elefante in una cristalleria
ogni cosa che faccio alla fine mi sembra sbagliata
quindi, da oggi, starò fermo
immobile

Inserito da: markinho | settembre 9, 2008

Cristoforo Colombo

Continuo qui da me una sorta di scambio culturale con Emaki :)

E lo faccio riportando questa canzone di Guccini che racconta del coraggio e delle fatiche di Cristoforo Colombo alla conquista del Nuovo Mondo. Trovo bellissimo il finale dove Guccini immagina come l’esploratore genovese fuggirebbe a gambe levate da quella che oggi è l’America. “Un assordante bugia” la definisce… bugia innanzittutto perchè non era per l’America che Colombo aveva intrapreso la sua avventura ma anche perchè probabilmente non sarebbe tanto orgoglioso di ciò che è diventata.

E’ gia stanco di vagabondare sotto un cielo sfibrato
per quel regno affacciato sul mare che dai Mori è insidiato
e di terra ne ha avuta abbastanza, non di vele e di prua,
perché ha trovato una strada di stelle nel cielo dell’anima sua.
Se lo sente, non può più fallire, scoprirà un nuovo mondo;
quell’attesa lo lascia impaurito di toccare già il fondo.
Non gli manca il coraggio o la forza per vivere quella follia
e anche senza equipaggio, anche fosse un miraggio ormai salperà via.

E la Spagna di spada e di croce riconquista Granata,
con chitarre gitane e flamenco fa suonare ogni strada;
Isabella è la grande regina del Guadalquivir
ma come lui è una donna convinta che il mondo non pùo finir lì,.
Ha la mente già tesa all’impresa sull’oceano profondo,
caravelle e una ciurma ha concesso, per quel viaggio tremendo,
per cercare di un mondo lontano ed incerto che non sa se ci sia
ma è già l’alba e sul molo l’abbraccia una raffica di nostalgia.
E naviga, naviga via
verso un mondo impensabile ancora da ogni teoria
e naviga, naviga via,
nel suo cuore la Niña, la Pinta e la Santa Maria.

E’ da un mese che naviga a vuoto quell’Atlantico amaro,
ma continua a puntare l’ignoto con lo sguardo corsaro;
sarà forse un’assurda battaglia ma ignorare non puoi
che l’Assurdo ci sfida per spingerci ad essere fieri di noi.
Quante volte ha sfidato il destino aggrappato ad un legno, senza patria bestemmi in latino prendi il bere d’impegno,
per fortuna che il vino non manca e trasforma la vigliaccheria
di una ciurma ribelle e già stanca, in un’isola di compagnia.

E naviga, naviga via,
sulla prua che s’impenna violenta lasciando una scia,
naviga, naviga via
nel suo cuore la Niña, la Pinta e la Santa Maria.

Non si era sentito mai solo come in quel momento
ma ha imparato dal vivere in mare a non darsi per vinto;
andrà a sbattere in quell’orizzonte, se una terra non c’è,
grida: “Fuori sul ponte compagni dovete fidarvi di me!”
Anche se non accenna a spezzarsi quel tramonto di vetro,
ma li aspettano fame e rimorso se tornassero indietro,
proprio adesso che manca un respiro per giungere alla verità,
a quel mondo che ha forse per faro una fiaccola di libertà.

E naviga, naviga là
come prima di nascere l’anima naviga già,
naviga, naviga ma
quell’oceano è di sogni e di sabbia
poi si alza un sipario di nebbia
e come un circo illusorio s’illumina l’America.

Dove il sogno dell’oro ha creato
mendicanti di un senso
che galleggiano vacui nel vuoto
affamati d’immenso.
Là babeliche torri di cristallo
già più alte del cielo
fan subire al tuo cuore uno stallo
come a un Icaro in volo
Dove da una prigione a una luna d’amianto
“l’uomo morto cammina”
dove il Giorno del Ringraziamento
il tacchino in cucina
e mentre sciami assordanti d’aerei
circondano di ragnatele
quell’inutile America amara
leva l’ancora e alza le vele.

E naviga, naviga via
più lontano possibile
da quell’assordante bugia
naviga, naviga via
nel suo cuore la Niña, la Pinta e la Santa Maria

Qui ne trovate una versione live.

Inserito da: markinho | agosto 24, 2008

Tram tram

Aaarrrgggh!

Domani si ricomincia… porca miseria! Ne ho voglia come di prendere dei calci nel culo (e mi trattengo dall’essere mooooolto + volgare).

Avrei ancora tante cose da fare… posti da vedere… libri da leggere.

Comunque mi consolo pensando alle cose che ho fatto… ai posti che ho visto… le persone che ho conosciuto… l’unico libro che sono quasi riuscito a finire… e, in definitiva, ai bellissimi momenti che ho vissuto.

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