L’aria è fredda e umida. Il cielo di un grigio innaturale. Talmente solido ed uniforme da togliere quel poco di colore che tinge il piccolo cimitero del piccolo paese di provincia.
In piedi, di fronte ad un’anonima pietra di marmo, sta la ragazza. Si stringe nel lungo cappotto invernale. Uno di quei cappotti che sanno di polvere e di vita e che se potessero parlare racconterebbero di inverni molto più bui e più duri. Come quello di oltre mezzo secolo prima…
La neve le schiafeggia il viso, le gambe trascinano gli scarponi troppo grandi e troppo pesanti che lasciano lunghi solchi alle spalle da cui il fango sgorga come sangue da una ferita. Ad ogni passo la fatica aumenta, come aumenta la pendenza del sentiero, come autementa il peso degli scarponi.
Le sembra di non farcela. Le sembra che non potrà mai arrivare a quel rifugio che ancora non si vede.
Chiude gli occhi, ingoia il dolore, si stringe ancora più forte nel cappotto che le ha regalato Piero nel Natale del ‘39. L’ultimo prima dell’entrata in guerra dell’Italia. Quella guerra che da quando è iniziata ha strappato e bruciato le pagine di diario ancora non scritte di tante persone. Pagine in cui si sarebbe parlato di gioia, amore e vita. Certo anche di fatica, dolore e morte. Ma mai così tanto dolore. Mai così tanta morte.
Riapre gli occhi, scopre di essere giunta al bivio. La neve quasi ha cancellato il sentiero ma la vecchia quercia, almeno lei, indica chiaramente quale strada seguire.Capisce che l’unico modo per farcela è abbandonare i pensieri alle cose che dovrà fare quando tutto sarà finito. Saranno necessari tanto lavoro e tanto sudore per ricostruire, di fuori e di dentro. Ma lei ha già molte idee. Vuole proporre a suo padre di piantare una vigna nel castagneto, poi convincere la sorellina a frequentare la scuola, poi recuperare il tempo perso con Piero. Quando inizia a pensare a lui il passo accelera e il fluttuare della sua fantasia sembra sospingerla pian piano alle spalle.
La vedetta scorge la sagoma della donna quando ormai mancano poche centinaia di metri al nascondiglio dei partigiani.
Con un flebile fischio richiama l’attenzione di Lupo e Granata e fa loro cenno di andarle incontro.
La raggiungono che è stremata. Il freddo le è entrato talmente in profondità che fatica persino a compiere frasi di senso compiuto. Ma la sua missione non l’ha dimenticata e, ancora prima di implorare il tepore di un fuoco, infila la mano nella tasca del cappotto ed estrae il telegramma che deve consegnare.
La guerra che combatte oggi la nostra ragazza è un’altra. Meno atroce, meno dolorosa potrebbe dire qualcuno guardandola con gli occhi del mondo. Ugualmente terribile e molto più intima potrebbe dire chi l’ha vissuta sulla propria pelle.
Una guerra in cui, anche quando arrivano gli americani, non si ha nessuna voglia di gioire. Ma solo di sputare con rabbia. E maledire. E piangere.
I tremiti regolari che scuotono la giovane donna non sono di freddo. O meglio, non di quel freddo per cui il cappotto è stato fatto. Eppure, lì, di fronte alla tomba di chi per prima l’ha indossato, il vecchio indumento sembra prendere vita ed abbracciare la ragazza fino a scaldarle l’anima almeno un poco.
Quel poco sufficiente a non arrendersi.
